Borsellino sapeva che toccava a lui. Testimonianza al processo Mori..
Di Redazione Giornalisti del 03 Febbraio 2012 18:19 | Pagina visualizzata 142 volte
Sapeva che sarebbe toccato a lui. Che dopo Giovanni Falcone, in cima alla lista di Cosa Nostra, c’era il suo nome. E sapeva che il tritolo per farlo saltare in aria era arrivato a destinazione. Ed in effetti, 58 giorni dopo la strage di Capaci del 21 maggio, la domenica del 19 luglio 92 la mafia chiudeva i conti con Paolo Borsellino, con un’autobomba piazzata davanti al palazzo di via D’Amelio dove abitava la mamma, che uccise anche cinque agenti di scorta. A confermare oggi che Borsellino era consapevole del destino che lo attendeva, è stato l’ufficiale dei Carabinieri Umberto Sinico, che prestò servizio all’Anticrimine nel capoluogo siciliano nel periodo delle stragi mafiose. L’ufficiale ha deposto davanti ai giudici della quarta sezione della corte d’Appello di Palermo come teste della difesa, nel processo al generale del Ros, Mario Mori, accusato di favoreggiamento aggravato alla mafia. Sinico ha ripercorso gli ultimi giorni di vita del magistrato ucciso, raccontando di un incontro che ebbe, a fine giugno del 92, assieme al Maresciallo Antonino Lombardo, poi morto suicida, con un confidente in carcere, il mafioso di Terrasini, Girolamo D’Anna. D’Anna ci spiegò, ha proseguito Sinico, di aver saputo in ambiente carcerario che si stava preparando un attentato per l’eliminazione di Paolo Borsellino e che l’esplosivo era già arrivato a Palermo. Lo riferimmo a Borsellino, ha aggiunto, il quale mi disse: lo so, ma devo lasciare qualche spiraglio, altrimenti se la prendono con la mia famiglia. Sinico ha sottolineato gli ottimi rapporti tra Borsellino e il Ros di Mori, circostanza che smentirebbe quanto sostenuto dagli inquirenti che vedono nella scoperta, da parte di Borsellino della cosiddetta trattativa tra cosa nostra e i militari dell’arma, la possibile causa della sua morte.

